Mi chedo spesso quale sia il valore semantico del termine ‘Cultura’ che da alcuni anni costituisce il marchio della nostra amministrazione comunale. Io riterrei che quello che più si adatta dovrebbe essere questo:
Cultura: In etnologia, sociologia e antropologia culturale, l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale. (Dizionario Treccani)
In questa acezione, il ruolo principale di chi si è legato a filo doppio allo slogan Città Cultura dovrebbe essere quello di promuovere, conservare e preservare dalle contaminazioni ciò che ci è stato trasmesso dai nostri avi. E’ realmente così?
Il riferimento è ovviamente alla manifestazione di ieri sera. I ‘Turchi’ di quest’anno sono stati promossi come la fedele ricostruzione del tessuto originale della manifestazione, basato sul più volte citato atto del notaio Scafarelli. Ma già la metamorfosi del nome – da sfilata a parata – era presagio del fatto che quello destinato ad andare in scena era qualcosa di profondamente diverso da quanto trasmessoci dalla nostra tradizione. Bella o brutta, certo non era la ‘Sfilata dei Turchi’.
Si è ricaduto nello stesso errore di confondere la Storia con la Tradizione. I Turchi sono espressione di quest’ultima. Come qualsiasi Leggenda, la storia dietro la tradizione potrebbe essere anche del tutto inconsistente, senza per questo inciderne sul valore. La ricerca andava fatta, ma non sui tomi dell’Archivio di Stato, bensì nella memoria degli anziani ‘autoctoni’, con lo scopo di preservare le loro testimoniante prima che il tempo porti a seppellire definitivamente nell’oblio un altro pezzo della nostra cultura cittadina.
E l’ennesima dimostrazione della contaminazione culturale imperante è che, così come in passato per le strade della città si diffondevano nenie orientali, nella giornata di ieri andavano alla grande i brani di un noto cantautore aviglianese. Entrambe le cose sono fuori luogo nella festa della nostra città. Perchè invece non cogliere l’occasione per recuperare il lavoro di Michele di Potenza?
Bisogna prendere coscienza che viviamo in una realtà in cui la diffusione della nostra cultura è così scarsa che una larga fetta della nostra popolazione ignora anche i termini elementari del dialetto potentino. Capisco che pochi sappiano cosa sia la masciarura, che appartiene ai modi di vivere del passato, ma che non si sappia neppure cosa siano gli ‘zampitt, che sono l’icona della figura del contadino potentino, è veramente sconcertante.
Ribadisco, ci vorrebbe veramente poco. Basterebbe destinare una piccola fetta di quanto si è speso per realizzare e stampare i platinati depliant delle manifestazioni di questi giorni per finanziare e promuovere semplici, modeste attività di sensibilizzazione e divulgazione nelle scuole della nostra città, visto che è in quegli ambiti che si crea la coscienza della propria identità storica e culturale.
Manca la volontà, ma di cosa ci meravigliamo?
E’ triste dirlo, i Potentini non esistono più.
Però quest’anno almeno c’erano le iacchere, no?
Si, è uno dei pochissimi elementi che hanno ricordano la tradizione. Le iacchere erano un elemento importante della ‘sfilata’ per un fatto di necessità: Potenza sino alla fine del 1800 aveva una illuminazione pubblica del tutto insufficiente e quindi era necessario qualcosa che potesse fare luce a tutto il percorso. Peraltro le dimensioni della ‘strada’ (via Pretoria), che in passato era più stretta e ben più contorta, e la mancanza di piazze, fino alla metà dell’ottocento esisteva solo Piazza del Sedile, lasciano supporre che le iacchiere fossero molto numerose e notevolmente più piccole di quelle messe in campo quest’anno. La descrizione di Riviello, che è in uno dei miei post e ripresa anche da un commento, non è chiarificatrice in tal senso. Comunque il mio plauso va a chi, come in questo caso, ha inteso recuperare un elemento della nostra Cultura cittadina.
Io ho letto anche altri elementi ,all’interno del quadro ottocentesco, che vanno nella direzione del recupero dell’identità del popolo potentino. Oltre alla Iaccara,con sopra il cantastorie, straordinario simbolo religioso che ci rimanda ai riti arcaici del fuoco, ho intravisto in forma simbolica anche la presenza dei turchi “popolani” che con un costume di fortuna fatto in casa ,mutandoni, tuniche, ecc e tanti gioielli ,attraversavano orgogliosi la città a dorso di muli. Inoltre si leggeva chiaramente una partecipazione emotiva e non passiva del popolo che festeggiava San Gerado.
Credo sia un primo passo per recuperare con gradualità l’identità e la partecipazione del popolo potentino
Qualche ‘elemento’ della tradizione c’è sempre stato in tutte le edizioni ‘recenti’, ma a me non sembra sia sufficiente a dire che la direzione sia quella giusta. Anzi, quest’anno ci si è ulteriormente distaccati, e non di poco, dal passato: a partire dall’appellativo ‘Parata’ fino alla suddivisione in ‘quadri’.
Bisognerebbe chiedersi cosa rimane oggi delle peculiarità e dell’originalità della Sfilata degli anni ’20, quando la sua echo giunse con tale forza a Napoli da giustificare l’invio di un ‘reporter’ – in tempi in cui l’informazione non era certo quella di oggi.
Il problema di fondo è che la ‘Sfilata’ interessa a pochi se non a nessuno: se fosse realmente nel cuore della cittadinanza se ne parlerebbe tutto l’anno e non solo nell’intorno della fine del mese di maggio, come invece puntualmente accade.
Grazie del commento
Cara N’Dunetta,
apprezzo la sua conoscenza e se vogliamo si nota anche una certa Potentinità, però mi scusi la franchezza, non basta. Lorenzo, nel post precedente ha colto bene alcuni passaggi della “Sfilata” di quest’anno, ovvero la partecipazione popolare è per gli organizzatori un primo importante obiettivo raggiunto, circa 600 figuranti tutti di Potenza o giù di li!Certo anche il quadro ottocentesco rientra nei processi rievocativi, anche perchè di “Iaccare” a Potenza non se ne vedono da oltre cento anni, e quindi è un simbolo che per certi versi non ci appartiene, ma dobbiamo, se vogliamo inoltrarci nel percorso di recupero identitario partire da questo e riappropriarci dei simboli. Se Iddio lo vorrà, ho sentito parlare da loro di recupero della “Machina”, degli addobbi di Piazza Sedile, dei fanoi nei vicoli, ecc. Io conosco personalmente alcuni dell’Associazione Imago, a mio modesto parere, sono gli unici che possono contribuire a costruire tale percorso e farci riappropriare della nostra storia. Riallaciandomi a quanto in premessa, visto che Lei ha molte cose da raccontare, si proponga e scenda in campo, contatti i ragazzi di Imago Historiae trasferisca ai più giovani il suo contributo, lo faccia per la sua Città. Chiedo scusa per la franchezza, ma io la penso così, un caro saluto.
Prendo il termine ‘certa potentinità’ nell’accezione positiva, come ‘comprovata’: è proprio sicuro che non basti? Io credo che sia sufficiente ad esprimere il rammarico, peraltro non solo mio, di vedere diradarsi anno dopo anno lo spirito della nostra tradizione.
Ho detto in più di un post che la presenza dei simboli può essere sicuramente un fatto interessante, ma il solo simbolo non è significativo. Il Palio di Siena sarebbe lo stesso se tenessimo il ‘palio’ e ne cambiassimo radicalmente la struttura?
Riporto le parole proprio del sito del palio: “Il Palio non è una manifestazione riesumata ed organizzata a scopo turistico: è la vita del popolo senese nel tempo e nei diversi suoi aspetti e sentimenti. Esso ha origini remote con alcuni regolamenti ancor oggi validi dal 1644, anno in cui venne corso il primo palio con i cavalli, così come ancora avviene, in continuità mai interrotta.”
Non credo proprio sia il numero dei figuranti a fare la differenza, bensì lo spirito con cui si affrontano le cose. Qui da noi la Sfilata (pardon, Parata) dei Turchi ha una certa valenza nell’intorno del 30 Maggio, poi si cala nel dimenticatoio fino all’anno successivo.
Fin a quando la Sfilata sarà una cosa calata dall’alto, ‘gestita’ da una o più associazioni, di cui certo non metto in discussione la buona volontà ma che certo non sono la ‘cittadinanza’, rimarrà giusto una pièce teatrale, bella sin quanto si vuole, ma
Per me il tentativo di recuperarere la ‘Sfilata’ può essere fatto con un serio lavoro che operi su due piani paralleli: recuperando da una parte l’esteriorità della manifestazione, facendo una analisi attenta e scevra da preconcetti, ma soprattutto ricostruendo, a partire dalle nuove generazioni, una conoscenza della nostra storia e delle nostre tradizioni che le dia ‘corpo’. Perchè per me è proprio la manzanca dell’orgoglio dell’”appartenenza” il problema più grave.
Riguardo al mio contributo: io non ho problemi, ma sarebbe comunque estremamente modesto, dato che io sono nata dopo la discontinuità del primo dopoguerra. Il bene più importante, invece, che purtroppo si depaupera giorno dopo giorno, è la memoria dei nostri anziani, di chi la tradizione l’ha vissuta in prima persona. E proprio da quello che si dovrebbe ripartire, raccogliendo i loro ricordi e le loro testimonianze.
Io vedo nell’amministrazione municipale l’unico soggetto in grado di impostare e coordinare un intervento di questo tipo.
Quanto alla franchezza: sono io che la ringrazio per il commento. Credo che la dialettica sia fondamentale nella crescita di qualsiasi realtà, affrontare un argomento come questo da punti di vista differenti può solo servire a tenerlo vivo: cosa estremamente importante.